rassegna stampa, rischia di sparire la memoria audiovisiva, di emmanuel hoog, le monde diplomatique

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Underground e autoproduzione. Incontro con il poliedrico Alberto Grifi

di Linda Fratini, «Tagliocorto», anno IV, ottobre 2005

Alberto Grifi nasce a Roma il 29 maggio del 1938 in un'officina dove suo padre costruiva truke e macchine da presa speciali ed è a tutt'oggi considerato tra i primissimi autori di quello che fu chiamato "cinema sperimentale italiano". Pittore, regista, cameraman, fonico, attore, fotografo pubblicitario di aeroplani e autore di dispositivi video-cinematografici come il "vidigrafo", dispositivo di hackeraggio per riportare le immagini dalla traccia magnetica alla pellicola che nel '72 servì per trascrivere su pellicola "Anna", primo film videoregistrato in Italia, realizzato da Grifi in co-regia con Massimo Sarchielli.
Grifi aprì nuove prospettive di lavoro sui linguaggi ed i metodi di intervento filmico sulla realtà; mise in discussione i modelli produttivi del costoso mondo della pellicola e stimolò un importante dibattito nella critica e fra le giovani generazioni di registi degli anni '70-'80.
Abbiamo posto alcune domande a questo straordinario artista, cercando di capire meglio il percorso poetico e produttivo del più grande sperimentatore del cinema italiano.

Lei è considerato uno dei più grandi innovatori/sperimentatori nel campo del linguaggio audiovisivo. Come ha esordito?
Faticosamente, da quando ero bambino, per pagare i debiti di famiglia. Nessuna vocazione, nessuna chiamata, niente "nobili messaggi" da diffondere. Tirarsi su le maniche e via a faticare. Nel dopoguerra, a fabbriche bombardate, bisognava costruire gli strumenti di cui c'era bisogno per lavorare. A casa mia si lavorava con la pellicola, ma c'erano morse, torni, una fresa…Si lavorava in modo artigianale, creativo, tutta la famiglia, in uno spirito assai lontano dalla schiavitù e dalla passività del lavoro salariato. Poi c'erano i produttori, i commendatori con le ville sull'Appia Antica con piscina e la garçonnière ai Parioli, che dimenticavano il libretto degli assegni a casa quando si trattava di pagare i conti, che diffidavano dei filosofi o semplicemente della gente capace di pensare, troppo difficile da sfruttare.
Mio padre e io disprezzavamo profondamente quella gente. Da parte mia penso che è per quel disprezzo verso chi ruba il lavoro altrui che scelsi di realizzare i primi film di sperimentazione, per dimostrare che l'autoproduzione e il pensiero indipendente sono possibili.

In uno dei suoi primi capolavori, "Anna", girato in co-regia con Sarchielli, si sente la forma di protesta su come i comportamenti umani degli attori vengano immiseriti perché esiste una dimensione cinematografica che impone tempi e modi consentiti dall'economia. Crede che ancora oggi sia valido questo concetto?
C'è sempre meno gente a disubbidire, ma per quello che riguarda il potere dell'economia sui popoli, oggi quel discorso è vero più che mai. Un colossale equivoco, diffuso ad arte dai media di massa e quindi dal potere, che ha prodotto uno stupido consenso intorno a sé per seppellire la capacità critica della gente, confonde verità e bugie. Si asserisce che i cosiddetti reality show siano gli eredi del cinéma-verité, del neorealismo e così via. Ma è vero il contrario: i diktat televisivi che fanno della tv e dei telespettatori i due corni della stessa merce, hanno prodotto con la pubblicità e la propaganda politica comportamenti reali passivi e falsi. Le menzogne massmediatizzate hanno prodotto una realtà falsa che viene spacciata per verità. È la logica dei profitti e degli inganni che si è fatta uomo…Ogni volta che ci penso mi viene da vomitare. Fra poco i telespettatori-elettori-consumatori non avranno che la loro stessa miseria da rimirare, eleggere e consumare.

Nel '78 realizza con Blumir un film sulla condizione carceraria "Michele alla ricerca della felicità", censurato dalla Rai insieme ad un altro suo lavoro "Dinni e la Normalina, ovvero la video polizia psichiatrica contro i sedicenti nuclei di follia militante". Che cosa ne pensa della censura cinematografica italiana?
Chi sa l'origine dell'insulto "cornuto" che per secoli ha fatto bruciare d'indignazione e di vergogna i maschi di quasi tutto il pianeta? È la condizione riservata agli animali dalla società patriarcale. Si castravano i tori per farne forza lavoro, diventavano i buoi mansueti che tiravano l'aratro, celebrati idillicamente dai poeti più coglioni. Anche la prole umana veniva minacciata di castrazione dal pater familias per costringerla a zappare la terra. Ci volevano braccia, si lavorava sotto la frusta del padrone, e a scopare ci pensava lui. Ecco, si può dire che la censura cinematografica argina e nasconde quella verità tanto scomoda per tutti. Oggi la TV persuade, non spara più gli ordini perentori e bellicosi della radio di ieri. Il lavoro è automatizzato, meno duro.

Arrivando ai nostri anni possiamo parlare di "A proposito degli effetti speciali" del 2001, dove insieme a Man Ray si riflette in uno specchio deformante. Inviato alla 58° Biennale di Venezia 2002.
Ci vuole parlare di questa esperienza?
Gianfranco e Agnese Baruchello mi proposero di fare un viaggio a Parigi nel '70, forse nel '71, ero uscito da poco di galera, per andare a far visita filmata a Man Ray, con 3 macchine da presa 16 mm. Cominciammo a girare nello studio dove c'era soltanto la bellissima Juliet, sua moglie. Poi arrivò lui. Tirai fuori un pò di lenti che fabbricavo per fare gli effetti speciali e quando ronzavo con la mia Paillard modificata e pochi centimetri dal suo naso come una mosca importuna, il vecchio maestro si incazzò.
Gianfranco cercò di rabbonirlo, gli spiegava che con quelle lenti stavo costruendo un linguaggio, uno stile…Allora con un po' di complicità condiscendente, come si farebbe con un principiante maldestro, mi indicò una lamiera d'ottone cromato appesa al muro e prese a premerla di qua e di là col suo bastone da passeggio, facendola flettere e ottenendone delle deformazioni. Con un certo sorrisetto malizioso mi invitava a filmare quelle deformazioni in movimento, mi iniziava al rito di una passione comune…Il film fu perso, poi parecchi anni dopo, mentre cercavo un altro film, saltò fuori. Montai quell'episodio in "A proposito degli effetti speciali" perché mi aveva dato molto da pensare, come del resto è successo per tutte le avventure vissute con Gianfranco Baruchello.

Sempre per rimanere nella stessa città, era presente alla 61° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venenzia nel 2004, con ben due opere: "Ritratto" realizzato insieme a Paolo Brunatto e "Transfert per Camera verso virulentia". Qual'era il suo messaggio?
Spegnete la TV che parla a una moltitudine di solitudini e che fa crescere il costo della vita ogni volta che l'accendete. Smettete di ascoltare i diktat di regime, non vi fate fregare. Riaccendete piuttosto i vostri cuori atrofizzati e trasformate la realtà. A cominciare da quella dei vostri corpi, in una società vivibile. Fatene il luogo della creazione permanente e cambiate il mondo. Non ci sarà più bisogno di effetti speciali per fare finta che la vita è più bella di quello che è veramente, perché a quel punto sarà profondamente cambiata la vita stessa. L'effetto speciale meraviglioso sarete voi purché la vostra vita vera non scenda mai al di sotto dell'intensità della vecchia arte.

Ci vuole parlare del suo interessante progetto del laboratorio per la rigenerazione dei videonastri analogici su supporto digitale che è cominciato a settembre.
E che cos'è il macchinario lavanastri?
I vecchi videotapes sui quali tanti gruppo di videoteppisti hanno inciso lotta di classe e slanci rivoluzionari, non si possono più vedere. I motivi tecnologici sono abbastanza numerosi e il lavoro di restauro ha richiesto molti anni di esperimenti, sicuramente dal '93. Per saperne di più date un'occhiata su www.albertogrifi.com. Vorremmo salvare una memoria storica sulla quale si sono accanite censure e menzogne di tutti i tipi. Bisogna capire che cosa realmente successe, non accettare acriticamente una storia piena di menzogne così come la riscrivono i governi.

Per concludere "La verifica incerta" è il film più famoso dell'underground italiano. Come si inserisce oggi e che cosa ne pensa del cinema underground in Italia?
Parlare di quel vecchio film che ha compiuto 40 anni poco tempo fa, significa ricordare le geniali operazioni parallele di Gianfranco Baruchello che si intrecciavano col lavoro mio di "smontatore", poi la grande avventura di Blob che in qualche modo ne ha ereditato il metodo linguistico, ecc. Ma tutto questo è passato.
Oggi ci sono filmmaker bravi, affascinanti, empatici, simpatici, interessanti, artistici, politicanti e anche underground…ma ormai bisogna pensare più grande della "politica dell'autore". La vita è diversa da quell'epoca superata nei linguaggi, nei modelli e nei comportamenti. Il cinema finirà presto per diventare una noiosa lanterna magica. C'è bisogno di pensiero critico, di verità e di conoscenza approfondita del mondo.
Occorre tenere aperte le grandi vie di comunicazione, quelle autentiche, non quelle falsificate. Internet aveva spalancato porte planetarie alla circolazione della vecchia controinformazione che fino al 10 anni fa era relegata nei ghetti sociali, ma l'agibilità degli spazi informatici diminuisce sempre di più. Usarli è ormai un modo di farsi contare i peli del sedere dalle polizie di tutto il mondo. Sarà dura. Braibanti molti anni fa sosteneva che, e questo è un messaggio, considerare il genere umano come una piccola parte del nostro pianeta che è un'astronave vivente che vola nello spazio con tutti i suoi abitanti anche "non umani", imparare ad amarlo in tutta la sua interezza, cambierebbe il nostro modo di concepire la politica e di mettere in pratica una militanza capace di risanarlo. Ma le multinazionali e i loro governi-fantoccio, miopi e ostinatamente avvinghiati a ogni centesimo dei loro profitti, guadagnati distruggendo la Terra e i loro abitanti - vedi le guerre per il petrolio - non sono nemmeno capaci di pensare che i loro figli erediteranno un immondezzaio inquinato e infetto.