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Muller, ci dia poco fumo e tanto arrosto, lei può

di Lidia Ravera

29/08/2004 - L'Unità

Cosa c'è da aspettarsi dalla festa-festival di Venezia quest'anno? Ogni bene possibile. Marco Muller è un tipo cosmopolita, cinefilo, da vent'anni tutte le volte che c'è odor di cultura cinematografica alta lui è presente, con i suoi occhialetti tondi, il suo sorriso facile all'ironia (tipico della tribù cinefila, ce n'ha uno sempre pronto anche Enrico Ghezzi), certe volte anche al sarcasmo. Marco Muller è uno di quegli uomini che hanno 36 anni per tutta la vita. È sempre all'apice della propositività, del fare, del criticare e del correggere e dell'organizzare. Era già così da bambino, probabilmente. Mai stato troppo giovane, mai sarà fiaccamente maturo.

Mi aspetto, con lui, un festival con più arrosto che fumo. Cioè: più bel cinema, meno «bella gente». Per essere più precisi: meno attenzione alla «bella gente». Mi aspetto che ogni avanzo di logica da Pro Loco per Gonzi venga spazzato via dalla forza travolgente della passione filmica.
De Hadeln, l'orso germanico dell'anno scorso e dell'anno prima, intendiamoci, non mi era affatto antipatico. Non si è piegato ai presunti voleri del centrodestra. Ha tirato dritto per la sua strada, senza infilare dappertutto squitieri, zeffirelli e altri volatili miracolosamente esenti dall'egemonia culturale della sinistra. Qualcosa deve pure aver sbagliato, nel gioco di equilibrio previsto, infatti non è stato confermato. Ma Muller lo conosco, e mi piace. Lo amo come si ama il sollievo, lo sventato pericolo, la quiete invece della tempesta.

S'erano fatti dei nomi, prima di dire quello giusto, non proprio da cinemateque: fra gli altri spiccava un certo Pascal Vicedomini, attempato giovanotto napoletano esperto in ospitate vip, nelle isole maggiori del Bel Mondo (per sbaglio ci sono finita perfino io, un anno, a Capri, a tenere un seminario natalizio sul mestiere di sceneggiatore). S'era bisbigliato di Ombretta Colli e di Iva Zanicchi e Milly Carlucci, si poteva correre il rischio Ferdinando Adornato e quello Dell'Utri (perché? Ma perché è un bibliofilo, ohibò). La cultura di destra, si sa, va raschiata dal fondo di un barile pieno di tutt'altre faccende, non si prende su molta roba, tocca accontentarsi dei soliti nomi, alcuni fanno ridere, alcuni fanno paura. Comunque, quest'anno è andata bene.

Mi aspetto che anche la logistica migliori: campeggi per i non-miliardari, mense per chi non intende accendere un mutuo sulla casa per pagare il conto al ristorante, comodità di biglietteria, gratuità per gli studenti. Ci sarà, e speriamo che l'iniziativa non sia ostacolata, anche una spiaggia attrezzata per i non-paganti, non privilegiati da inviti e ospitaggini, non addetti ai lavori o addetti sì, ma senza il riconoscimento ufficiale della Società dello Spettacolo. Ci saranno, ben rappresentati, gli «intermittents», lavoratori flessibili fino alla fame, dell'industria dell'immaginario, che lottano da tempo, per ottenere le stesse garanzie di chi avvita bulloni: il cinema non si regge sulle Star, ma su un sommerso di fatica non protetta e non gratificata dalle luci della ribalta. Vogliamo parlarne? Sì. E mi aspetto che se ne parli. Mi aspetto che si parli di cinema. Senza celebrarne la precoce dipartita o l'irreversibile patologia da centenario.

Il programma consentirebbe qualche ottimismo: da Gianni Amelio a Amos Gitai, da Mike Leigh a Wim Wenders, fino al trio dei fuoriclasse, Antonioni Soderbergh Won Kar Wai. E poi: Manoel De Oliveira, capace ancora di sorprendere, Spike Lee, promessa mantenuta e Chabrol, inaffondabile… E poi gli eventi rari, quelli che ti fanno sentire la vitalità dell'arte, nonostante la miseria della storia: Heimat 3, di Edgar Reitz. 680 minuti. Riuscirà Nanni Moretti a regalare ai cittadini romani tredici mercoledì di felicità come fece per Heimat 2, programmandolo al Nuovo Sacher, una puntata alla settimana?

Interessante è anche la «Storia segreta del cinema italiano», una serie curiosa di «B-movies» nostrani che, come spesso le opere non-immortali, assai bene riproducono lo spirito dei tempi : da un Tinto Brass del 1967 a un paio di pregevoli Lucio Fulci, dal Dio Serpente di Piero Vivarelli (1970) alla Danza Macabra di Antonio Margheriti (alias Anthony Dawson, 1964). Chi è sensibile più all'arte che all'artigianato, avrà a disposizione, finalmente, un capolavoro non facile da trovare La verifica incerta di Gianfranco Baruchello (pittore straordinario) e Alberto Grifi, nella sezione Underground Italia.

Ultima bella notizia, l'iniziativa intitolata «Le giornate degli autori», uno spazio organizzato da Anac e Api (rispettivamante, autori, produttori e sceneggiatori cinematografici e televisivi), che, ispirandosi alla Quinzaine des realisateurs nata nel '68 a Cannes, mira a mostrare, promuovere e incoraggiare la ricerca autoriale nel cinema. Che cosa vuol dire? Il dischiudersi di una speranza: che il cinema continui a crescere, a evolversi, a contraddire il mercato e a modificarlo. Che continui a essere vivo, sporco e sperimentale, per poter formulare e riformulare sempre nuovi linguaggi, capaci di dar conto di un mondo che precipita, di rallentarne la caduta, o, quanto meno, di mostrarla. Poi: chi ha voglia di guardare guardi. Lo schermo è lì, e ospita i nostri fantasmi.