Venezia 61
29/08/2004 - Sunrice Cinema
Scrive D’Annunzio ne Il fuoco che a Venezia non si pensa che per «imagini». E di immagini veneziane puntualmente torniamo a parlare, come ogni fine di agosto, nell’attesa di prenderne visione. E non solo di quelle in pellicola.
Quest’anno la parola d’ordine al Lido è: rinnovamento. Ma ormai abbiamo imparato a non farci illusioni!
Il ricambio ha riguardato, innanzi tutto, i vertici: Presidente di Biennale e Direttore di Mostra.
Già nel corso della serata di premiazione della scorsa edizione, si capiva che tirava una brutta aria, con intervistatori-presentatori impegnati in diretta a strappare riconferme e Bernabè sorridente a denti strettissimi, consapevole di non poter riconfermare nemmeno se stesso, figuriamoci De Hadeln!
Eh sì, perché l’ex direttore non ha perso occasione per spararle grosse, impegnato a tutto campo a farsi sbattere fuori fin da agosto 2003: dall’anticlericalismo con cui ha difeso il contestato leone d’oro 2002 (Magdalene di Mullan), alle sortite sull’istituzione di un premio gay in laguna, sorvolando sui commenti rivolti alla persona del Cardinale Ratzinger; De Hadeln non ha forse capito né che Il silenzio è d’oro - per citare un titolo -, tantomeno la differenza fra Venezia e Berlino: lì il premio gay Teddy Bear c’è; mentre dalle nostre parti ci accontentiamo del premio O.C.I.C.! Peccato, perché a noi i sandali di Moritz piacevano!
Fatti i saluti e gli auguri di rito a chi va, altrettanto facciamo con chi viene: benvenuti quindi Davide Croff e Marco Muller!
Nel segno di un rinnovamento che in futuro sembra profilare riqualificazione dell’esistente e costruzione di spazi adeguati (perenne problema della Biennale in ognuno dei suoi cinque settori), intanto si rifà il trucco al Palazzo del Cinema (incaricati del re-styling Gian Camillo Custoza, Dante Ferretti e Matteo Thun) e gli si “scippa” la premiazione che va alla risorta Fenice: vedremo! Di certo non sarà facile fare peggio dello scorso anno, con un casinò-palazzo stampa più triste che mai, nello splendore decadente della sua fatiscente ed irrecuperabile architettura fascista e nell’assoluto azzeramento di qualsiasi forma di arredamento o servizio all’interno.
Sul versante che più interessa poi, quello dei contenuti, di cambiamenti si parla e basta. Ma non è colpa di chi organizza: è colpa dei tempi in cui viviamo.
Tempi in cui le mostre e le biennali sono ridotte a vetrine e rassegne (è solo questo il valore dei nomi che i vari festival si contendono: abbiamo imparato a nostre spese che un “maestro” e una mostra non sono garanzie di qualità!) e di certo non sono concepite come laboratori o “lidi” di studio che chiariscano dove va il mondo dell’immagine, e non solo quello. Oggi, sembra non esserci niente da capire: non esistono correnti, movimenti, scuole, filosofie produttive e di finanziamento che vadano in una direzione diversa da quella industriale o, nel caso italo-europeo, para-industriale. E d’altronde non si può chiedere alla Mostra del cinema di essere ciò che non è mai stata, né tantomeno al cinema di concentrarsi solo su componenti – per sintetizzare in una formula imperfetta – “sperimentali (quando di “sperimentale” in Italia c’è rimasto solo un pezzo di nome dell’ex Scuola Nazionale di Cinematografia), per riequilibrarsi un attimo nei propri valori.
Non c’è memoria. O meglio: si coltiva solo una memoria poco problematica, settoriale e non “scientifica”, da contenitore di massima, in cui l’etichetta definisce e conclude. Lo dimostra l’appellativo di “regista di musical” affibbiato a Stanley Donen, a cui verrà consegnato l’11 settembre il Leone d’oro alla carriera. L’altro, come si sa, andrà a Manoel de Oliveira.
E questi due premi, l’uno ad un autore (di generi al plurale, e non solo di musical) integrato in un sistema industriale come quello hollywoodiano, l’altro ad un autore integrato invece nell’industria culturale europea - per intenderci: quella che “sforna l’arte”! - riassumono pienamente l’esprit du temps che viviamo, sempre più oscillante non solo fra serialità dell’arte e arte della serialità, ma, soprattutto, incline all’imposizione infinitamente reiterata di questo dualismo eternamente attualizzato, ma vecchio di almeno 70 anni. Insomma, un difficilissimo giuoco di ruolo che pone al centro lo scomodo terreno di conquista rappresentato da un pubblico sempre più passivo e settorializzato, che ormai trova solo nei festival l’occasione per fischiare un dissenso non tanto sui contenuti o sulle forme, ma quanto mai esistenziale.
In questo senso, il nuovo direttore è stato di una chiarezza ed un’onestà esemplari, come solo un uomo di mercato (culturale) sa essere, affermando senza ipocrisie che «a contare non è solo la qualità, ma anche la quantità dei fenomeni espressivi e delle loro integrazioni illimitate».
La quantità (effettiva) strombazzata dai media per questa edizione (si parla di oltre 2.400 titoli visionati) non è che una conseguenza di questo Stato delle cose decisamente confuso, che riguarda il nostro mondo post-tutto.
Conseguenza: la sensazione di una rassegna “senza rischi”, per un target allargato e con una proposta ancora più allargata, che abbraccia tutti i continenti, tutte le catalogazioni (film d’autore, film di genere, film di sottogenere) e tutti i supporti.
E quest’ultimo aspetto sembra davvero il dato più nuovo della mostra, con la presenza di un’intera sezione dedicata al digitale: il prossimo passo necessario sarà quello di sradicare questi paletti odiosi che dividono gli spazi dell’immagine. Anche per liberare dall’aria sempre più museale e mortifera, che appesantisce di una seriosità ingiustificata, l’imbalsamata sezione ufficiale, buia e catacombale come certe nostre pinacoteche nazionali! Vanno bene i nomi importanti, che fanno botteghino e richiamano turismo al Lido (obiettivo principale fin dal ‘32)! E va anche bene che molti di questi nomi abbiano fatto la storia del cinema! Ma nell’evento nessuno crede più: ce ne sono troppi e troppo pochi! E si rischia di confondersi, plaudendo capolavori inesistenti e recuperi critici quanto meno discutibili.
E qui casca l’asino della rassegna Italian Kings of the Bs, nata con le migliori intenzioni di recupero e restauro di un patrimonio di cinema, collocato fra gli anni ‘50 e ’70, che rischia di andare perduto: queste le intenzioni, appunto. Poi, nella realtà, la rassegna assume le forme di un’aquila a due teste, con due spiriti difficilmente conciliabili; con la sezione Underground Italia giustamente (e finalmente) incentrata soprattutto sulla straordinaria figura di Alberto Grifi, ma chiamata a fare i conti, nella sua magrezza, con l’ipertrofia della lista di film di genere su cui tale retrospettiva realmente si concentra. Un catalogo che, a parte il film dei Pagot del ’49 (I fratelli dinamite) elenca tanti, troppi titoli “poliziotteschi” degli anni ’70, con un po’ di mitologico e gotico anni ’60, un po’ di thriller più o meno scollacciato, un po’ di film politico alla Damiani (Quien Sabe?). Non ce ne vogliano gli amici di “Notturno”, né il curatore Marco Giusti, abbondantemente bastonato da Fofi su “Film TV, N.34”, ma, a parte la chicca splatter anni ’80 di Fulci (L'aldilà… e tu vivrai nel terrore), peraltro inclusa in un decennio decisamente differente dallo spirito che dovrebbe essere esemplificato nel catalogo in questione; questa rassegna appare insipida e priva di un’anima vera, un mero pretesto per l’invito rivolto ad un Quentin Tarantino (per non citare la presenza ancor più pretestuosa di Joe Dante) perennemente impegnato a raccontare la favola della sua passione bruciante per il cinema di Di Leo, Cottafavi & Co.!
Ci attende un bel seminario, non c’è che dire, con Tarantino impegnato magari a renderci tali referenti evidentissimi nel sottotesto dei suoi Jackie Brown o Kill Bill!
Insomma, una rassegna che sulla carta vorrebbe forse essere provocatoria, ma che invece è lo specchio del manierismo culturale radical chic attuale, partito da una rimessa in discussione storicamente necessaria di certe pratiche, ma sconfinato ormai nell’insensato di un recupero acritico, praticato – quello sì - senza ironia (e che ha portato al fraintendimento clamoroso di personaggi come Bava o Freda). Siamo di fronte ad un delirio di autorializzazione e di celebrazione del genere tout court, che denuncia in pieno la crisi della critica e l’incapacità di discriminare tra l’uno e l’altro, tra autore e genere; mentre ci si vorrebbe forse limitare a constatare la morte di canoni e catalogazioni analitiche esaurite.
E sia ben chiaro che le professionalità dei nomi presenti non sono in discussione, ma i risultati sì! E anche la loro validità come strumenti di studio al di là della storicizzazione.
In definitiva, la prima edizione Muller si avvia ad essere un’edizione ampia e per tutti i gusti, specchio dell’ampiezza del target sociale cui il cinema si rivolge nella sua interezza.
Tant’è che nessuno ha avuto niente da eccepire. Eccezion fatta per la giuria della Selezione Ufficiale. O meglio per il suo presidente.
Che la già rilevata tendenza al “non rischiare” caratterizzi anche la scelta di una giuria dal prestigio e dalla composizione geo-politica inattaccabili, ci pare evidente: Wolfgang Becker (Germania, regista), Mimmo Calopresti (Italia, regista), Scarlett Johansson (Usa, attrice), Spike Lee (Usa, regista), Dušan Makavejev (Serbia-Montenegro, regista), Helen Mirren (Gran Bretagna, attrice), Pietro Scalia (Italia, montatore), Xu Feng (Cina, produttrice).
Ma siccome qualche cosa bisogna pur dirla e scriverla, ecco che scoppia invece la strana sindrome da rifiuto del presidente, il povero – si fa per dire - John Boorman, la cui presidenza viene, infatti, messa sotto accusa dai cronisti di settore, per il semplice fatto che, da tempo, il regista inglese non confeziona un prodotto di successo!
L’affermazione si commenta da sola! Ma, volendo insistere, chi si ricorda l’ultimo successo di botteghino di Monicelli? Eppure, nessuno, lo scorso anno, dubitò dell’autorevolezza del Sor Mario quale presidente di giuria (nonostante la pennichella a fine primo tempo de Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco!). E vorremmo anche vedere! E che dire delle varie presidenze Bergman in giro per l’Europa nel corso degli anni ‘90? Mai messe in discussione, seppure Bergman diserti le sale dal 1983!
D’accordo: Boorman ha recentemente consegnato al mercato un film sbagliato come In my country. Ma che c’entra col ruolo che deve ricoprire?
E comunque, tanto di cappello ad un autore, classe ’33, che all’età di 62 anni (tanti ne aveva nel ’95 quando ha realizzato lo sfortunato Oltre Rangoon) scopre l’impegno e la denuncia aperta, senza più nascondersi dietro i paraventi della fiaba, dell’ecologia o dell’antropologia per denunciare la violenza metastorica dell’uomo, contemporaneo e di sempre! Che il suo universo realizzativo sia poi quello del sistema e che i codici a cui si trova ad attingere siano quelli dello spettacolo (e nelle ultime prove più specificatamente del melodramma impegnato) è fatto che non può non pesare sui risultati finali e di certo non in positivo: questo lo si riconosce. Ma se anche non bastasse il coraggio di un cineasta non più giovane, che rischia l’imperfezione, sterzando verso approdi fin qui solo tangenziali; è tuttavia sufficiente la filmografia di Boorman fino al 1985 (da Un tranquillo week end di paura col suo rovescio La foresta di smeraldo, ai proppiani Excalibur e Zardoz; dall’ormai ghezziano L’Esorcista II: l’eretico, al dimenticato Senza un attimo di tregua) per qualificarlo e farne un nome autorevole per questa e ben altre vetrine culturali!
E se poi lo si vuole delegittimare lo si faccia pure! Sarà sempre in ottima compagnia, insieme a le molte mummie che hanno affollato le ultime edizioni dei vari festival del cinema. E che - temiamo - affolleranno di certo anche questa mostra: sic transit gloria mundi!