ART IN THEORY La Cooperativa del Cinema Indipendente
di Giorgia Calò
07/2004 - Luxflux.it
Da Vita futurista (1916) a Ballet mécanique (1923) di Fernand Léger; dai film provocatori dei Dadaisti e dei Surrealisti ai lavori Pop di Andy Warhol, il cinema ha da sempre affascinato i pittori, sedotti dal desiderio di cimentarsi con l'arte del secolo moderno, e da loro adottato non solo come strumento di registrazione ma anche come mezzo di indagine temporale e di realizzazione dell'immagine. Ma cosa deve il cinema ai pittori?
Le prime teorie sul cinema come arte nuova risalgono agli inizi del Novecento, esse mirano ad un tipo di ricerca che conferma la differenziazione del nuovo mezzo tecnico espressivo dalle arti tradizionali. Il problema di tradurre la composizione pittorica in termini cinematografici, è stato affrontato per prima dai pittori delle Avanguardie (Hans Richter, Viking Eggeling, Luis Buñuel, Salvador Dalì) e proseguito dai migliori registi americani degli anni Quaranta/Cinquanta (Maya Deren, Kenneth Anger, Stan Brakhage) che si collocano con i loro film in una posizione antagonista rispetto al cinema commerciale; fino all'affermarsi del cinema underground di Andy Warhol, autore di film che conoscono uno straordinario successo di critica e di pubblico.
Durante gli anni Sessanta gli artisti sentono il bisogno di avvicinarsi alla cultura dei mass media sconfinando tra pittura e cinema. Nasce così il cinema d'artista, diverso nella forma e nei contenuti, pronto a trasgredire ogni regola nell'universo della mercificata società di massa, poiché non cerca ad ogni costo i consensi del grande pubblico.
Mentre alcuni film-maker usano pellicole 35mm e si avvalgono di una vera troupe (è il caso di Mario Schifano e di Romano Scavolini), molti di loro, invece, adottano semiprofessionalmente la pellicola in 16mm; altri ancora si avvicinano al cinema a livello amatoriale, usando l'8mm e il super8. L'uso di pellicole a passo ridotto e di pellicole scadute, ha fatto si che la maggior parte dei lavori cinematografici fosse poco conosciuta per l'oggettiva difficoltà di reperimento delle copie, prematuramente danneggiate se non addirittura perse. Il cinema d'artista nasce quindi al di fuori dei normali circuiti produttivi e distributivi, senza un programma comune e una cultura di riferimento alle spalle. Ciononostante il rimando più immediato va, oltre alle Avanguardie dei primi del Novecento, al New American Cinema. La rassegna del N.A.C., presentata da Jonas Mekas a Torino nel 1967, produsse quasi immediatamente in Italia la nascita della Cooperativa del Cinema Indipendente. Incoraggiati dai bassi costi di autoproduzione, i film-maker nostrani, consapevoli della mancanza di un mercato reale, si uniscono con lo scopo di creare nuovo canali per la distribuzione, tentando di istituzionalizzare un lavoro altrimenti disperso. Malgrado non vi siano affinità linguistiche, questi giovani artisti sono accomunati dal senso di sperimentalismo che permea totalmente il loro operato cinematografico. Vi è inoltre in tutto il cinema d'artista un aspetto militante in sintonia agli avvenimenti del '68: servirsi della macchina da presa per la registrazione immediata dei fatti e la circolazione di un'informazione "altra" rispetto a quella trasmessa dal potere politico.